Questa sera, poco dopo le otto e mezza, il termometro segnava appena 12 gradi. Non è ancora freddo, quello vero, ma nell’aria si avverte chiaramente che qualcosa sta cambiando. Quel fresco che fino a qualche settimana fa avremmo cercato volentieri, adesso ci sorprende appena usciamo di casa e ci ricorda che l’estate sta lentamente finendo.
Dopo il gran caldo dell’agosto santangiolese, devo dire che la nostalgia per l’estate appena trascorsa è ancora relativa. Il fresco, per il momento, non dispiace. Eppure so già che qualcosa mi mancherà.
Mi mancheranno soprattutto quelle ore di luce in più. Mi mancheranno quelle sere in cui basta uscire di casa per incontrare qualcuno e fermarsi a parlare. Sono immagini semplici, apparentemente insignificanti. Immagini che, mentre l’estate finisce, cominciano già a diventare ricordi.
Sant’Angelo del Pesco, Via Chiesa Vecchia. – Oreste Di Cristino
A Sant’Angelo l’inverno è sempre stato lungo. Questo lo sappiamo bene. Fa parte della nostra storia e della nostra montagna. Ma oggi non è tanto il freddo a preoccuparmi.
È il silenzio.
Siamo rimasti in pochi. E ogni anno, quasi senza accorgercene, siamo un po’ meno.
Ci sono finestre che un tempo si illuminavano ogni sera e che oggi restano al buio per mesi. Porte che si aprono soltanto qualche settimana d’estate. Case nelle quali sono cresciute intere famiglie e che ora custodiscono soltanto mobili, fotografie e ricordi. Ogni casa chiusa è una piccola storia che si interrompe.
Ed è allora che ci accorgiamo davvero di quanti siamo rimasti.
Sant’Angelo del Pesco, Cafè i 4 Mori, il bar del paese. – Oreste Di Cristino
Anche il bar, che è sempre stato una specie di piazza al coperto, cambia volto. Ci ritroviamo quasi sempre gli stessi. Ci conosciamo da una vita, sappiamo tante cose gli uni degli altri e qualche volta facciamo persino fatica a trovare un argomento nuovo di cui parlare. Un caffè, qualche commento sul tempo, una notizia sentita per caso. E intanto fuori passa poca gente.
Forse è proprio questa la solitudine più difficile dei piccoli paesi di montagna: non quella di essere soli in casa, ma quella di vedere lentamente diminuire le persone con cui condividere le cose.
Per fortuna ci sono ancora alcuni appuntamenti capaci di rompere il silenzio dell’autunno.
C’è innanzitutto la festa di San Michele Arcangelo, il nostro Santo Protettore. Quest’anno la celebrazione è stata anticipata a domenica 27 settembre. Il 29, giorno dedicato a San Michele nel calendario, cade infatti di martedì e ormai siamo troppo pochi per poter garantire facilmente lo svolgimento della tradizionale processione.
Sant’Angelo del Pesco, Vico I di Via Vittorio Emanuele III. – Oreste Di Cristino
Mancano i portatori.
Due parole semplici che, a pensarci bene, raccontano molto più di quanto sembri.
Un tempo forse il problema era decidere chi dovesse portare la statua. Oggi bisogna chiedersi se ci saranno abbastanza braccia per farlo. E così anche una tradizione antica, che per generazioni è sembrata immutabile, finisce per misurarsi con lo spopolamento del paese.
Eppure, quando la statua di San Michele esce dalla chiesa e viene portata a spalla lungo le nostre strade, Sant’Angelo sembra ancora ritrovarsi attorno a qualcosa che gli appartiene profondamente. Per qualche ora le case, le strade e le persone tornano a essere parte della stessa storia.
Sant’Angelo del Pesco, Via Roma. – Oreste Di Cristino
Poi arriveranno novembre e i giorni dedicati a Tutti i Santi e alla commemorazione dei defunti.
Il cimitero si riempirà di fiori, di lumini e di persone. Torneranno anche quelli che abitano lontano per salutare i propri cari. È uno di quei momenti in cui, paradossalmente, il paese sembra popolarsi proprio andando a trovare chi non c’è più.
E forse nei nostri piccoli paesi il cimitero racconta meglio di qualsiasi statistica ciò che siamo stati: basta leggere i cognomi sulle tombe, ricordare le famiglie, le case, i soprannomi, le storie. Dietro ogni nome c’è un pezzo della nostra storia.
Poi arriveranno le sere davvero fredde.
E infine aspetteremo Natale.
Il Natale di Sant’Angelo, quello che ricordo io, aveva spesso il colore bianco della neve. Ne cadeva tanta. Copriva i tetti, le strade, i vicoli, i muretti; rendeva difficile muoversi, certo, ma trasformava il paese in qualcosa di speciale. Oggi anche la neve sembra essere diventata un’ospite più rara.
Ma ciò che manca maggiormente sono le persone che avevano storie da raccontare.
Quelle storie ascoltate cento volte davanti al camino e che, proprio perché le avevamo sentite cento volte, pensavamo sarebbero rimaste per sempre. Storie di inverni interminabili, di nevicate che bloccavano il paese, di famiglie numerose raccolte intorno al fuoco, di partenze, di ritorni, di sacrifici e di una vita certamente più dura della nostra, ma piena di voci.
Ed è forse questo il rischio più grande per un paese che si spopola: non perdere soltanto abitanti, ma perdere lentamente la propria memoria. Perché quando se ne va una persona anziana, con lei spesso se ne va anche un piccolo archivio fatto di parole, soprannomi, racconti, modi di dire, ricordi e vicende che nessuno ha mai pensato di scrivere.
Così aspettiamo Natale, le sue luci e quell’atmosfera familiare che cerca ancora di riscaldare le corte e malinconiche giornate di dicembre.
E aspettiamo la neve.
Aspettiamo l’estate perché tornino quelli che sono partiti. Aspettiamo settembre per San Michele. Aspettiamo novembre per ricordare chi non c’è più. Aspettiamo Natale perché le famiglie possano ritrovarsi. Poi aspettiamo la primavera e infine di nuovo agosto, quando il paese, almeno per qualche giorno, torna a riempirsi di vita.
È un ciclo che continua, anno dopo anno.
Solo che, ogni volta, siamo un po’ meno.
Questa sera il termometro segnava 12 gradi e per le strade c’era già quell’aria fresca che annuncia l’autunno.
Ho pensato che tra poco arriverà un altro inverno, e che Sant’Angelo, nonostante tutto, sarà ancora qui con le sue montagne, le sue case, le sue strade, le sue tradizioni e i suoi silenzi, e con noi, pochi ormai, a custodire quello che resta e, soprattutto, a cercare di non dimenticare ciò che è stato.
Perché forse è proprio questo che possiamo ancora fare per un piccolo paese come il nostro: continuare a raccontarlo, finché ci sarà qualcuno disposto ad ascoltare.