Nel cuore dell’inverno del 1972, il regista Ugo Fasano puntava la sua cinepresa su Sant’Angelo del Pesco, per raccontare il Natale attraverso gli occhi di chi, più di tutti, ne viveva il senso più autentico e al tempo stesso più malinconico: gli anziani.
Con il suo documentario Ugo Fasano tracciava un affresco intimo e toccante della solitudine degli anziani, mettendo a confronto due realtà lontane ma ugualmente significative: il Natale nelle grandi metropoli, come Roma, e quello in un piccolo paese di montagna. Da un lato, le luci sfavillanti, le vetrine addobbate e il frenetico viavai delle città; dall’altro, il ritmo lento della comunità montana.
Attraverso il suo racconto dal sapore autentico, il regista restituiva il contrasto tra due mondi, mettendo in luce il valore della memoria e delle tradizioni, ma anche il prezzo della modernità. Il Natale, che per molti anziani di Sant’Angelo del Pesco rappresentava ancora un momento di comunità e solidarietà, diventava invece, per tanti nelle città, una celebrazione vissuta nella solitudine, nascosta dietro le luci scintillanti del consumismo.
Nel 1972, durante le riprese del documentario Scomparsa del nonno venerando, girato a Roma, il regista Ugo Fasano sentì il bisogno di ampliare la sua prospettiva. Per la parte conclusiva del suo lavoro, decise di fare ritorno in un luogo a lui particolarmente caro: Sant’Angelo del Pesco. Era lì, tra le strade silenziose e le case di pietra avvolte nel freddo invernale, che sperava di trovare l’essenza più autentica di ciò che voleva raccontare.
Il documentario indagava il destino degli anziani in una società in rapido cambiamento, sempre più assistiti dallo Stato ma al tempo stesso privati del calore della famiglia tradizionale. Roma, con il suo ritmo frenetico e il suo volto moderno, offriva una prospettiva di solitudine e distacco, ma Ugo Fasano voleva contrapporle un’altra realtà: quella di un piccolo paese montano in cui il senso di appartenenza, l’identità culturale e la memoria storica restavano ancora saldamente intrecciati alla vita quotidiana.
A Sant’Angelo del Pesco, il regista ritrovò quel legame profondo con una tradizione che, sebbene in trasformazione, continuava a poggiare su un modello di famiglia patriarcale, dove gli anziani non erano figure isolate, ma il cuore stesso della comunità. Il contrasto tra la solitudine degli anziani nelle grandi città e la vita collettiva dei piccolo paesi diventava così il punto focale del suo racconto, un confronto che faceva emergere interrogativi ancora oggi attuali.
Per il regista, Sant’Angelo del Pesco non era solo un piccolo paese montano, ma il simbolo di un’Italia che resisteva al passare degli anni, custodendo con orgoglio le proprie tradizioni e il proprio senso di comunità.
Le riprese si svolsero proprio alla vigilia di Natale, un giorno che, secondo Ugo Fasano, rappresentava ancora l’essenza autentica della festività in un momento in cui il senso di comunità si faceva più forte.
Con questa scelta, il regista volle dare alla parte finale del suo documentario un respiro più intimo e autentico. Lontano dalle trasformazioni imposte dalla modernità, il Natale di un piccolo paese come Sant’Angelo del Pesco offriva un’immagine senza tempo, fatta di rituali condivisi, di tavole imbandite con piatti della tradizione, di volti segnati dagli anni ma illuminati dal calore di una festa vissuta ancora con un profondo senso di appartenenza.
Così, la conclusione del documentario non fu solo un omaggio a Sant’Angelo del Pesco, ma anche una riflessione più ampia sulla memoria, sull’identità culturale e sul legame indissolubile tra passato e presente.