“La vita è bella“ – 1997
Nel celebre capolavoro “La vita è bella“ di Roberto Benigni, vincitore di tre premi Oscar e tra i film più amati del cinema italiano, c’è un dettaglio che, a una prima visione, può facilmente sfuggire. Un dettaglio che, però, a Sant’Angelo del Pesco, molti riconoscono immediatamente — nonostante la sua apparente discrezione sul grande schermo.
Tra le tante figure che popolano le scene de “La vita è bella“, ce n’è una che, per un attimo, cattura l’attenzione: un uomo dal volto segnato, lo sguardo stanco, attraversato dalla paura di un destino che sembra già scritto. Non ha un nome nei titoli di coda, come molti altri interpreti di quel capolavoro cinematografico. Eppure, per chi conosce le sue origini, non ci sono mai stati dubbi: quell’uomo è Felice Ciccarelli, di Sant’Angelo del Pesco.
Di lui non esistono riferimenti ufficiali. Ma come spesso accade nel grande cinema italiano è probabile che a ricoprire questi ruoli siano stati uomini e donne del posto — volti autentici, presi dalla vita reale. Comparse non professioniste, scelte per l’intensità che traspare dai lineamenti, per la verità che sanno trasmettere anche in silenzio.
C’è una scena, in “La vita è bella“, che resta impressa come un colpo al cuore: il momento in cui il treno dei deportati giunge al campo di concentramento. È una sequenza carica di tensione e silenzio, dove la drammaticità si taglia con lo sguardo, e il dolore è più potente di qualsiasi parola. In quel frangente, tra i volti pallidi e le anime sospese, emerge la straordinaria forza del protagonista: un volto che appartiene a un uomo originario di Sant’Angelo del Pesco, piccolo paese incastonato tra le montagne molisane.
La sua presenza è discreta, ma intensa, che porta con sé il peso della storia e la dignità silenziosa di un testimone che non ha un nome nei titoli di coda. Tra le tante comparse di figure non accreditate che hanno contribuito a rendere così autentico e toccante l’universo di “La vita è bella“, c’era quella di Felice Ciccarelli, in una delle scene più toccanti dell’intera pellicola — quella dell’arrivo dei deportati.
In quel momento carico di dolore e tensione, tra i volti smarriti che scendono dal treno, il suo appare in primo piano, nitido, segnato dalla fatica e da uno sguardo che racconta molto più delle parole. Uno sguardo perso, profondo e stanco, capace di restituire, anche solo per un attimo, il peso della Storia e la dignità silenziosa di chi ne è stato testimone, seppur attraverso la finzione cinematografica.
Terminate le riprese, Felice tornò a casa in silenzio, con la discrezione che lo ha sempre contraddistinto e con la consapevolezza di aver preso parte a un’opera destinata a toccare il cuore del mondo.
In un film che ha saputo raccontare l’orrore della Shoah attraverso gli occhi dell’amore, dell’innocenza e della speranza, la figura di Felice Ciccarelli assume un valore profondamente simbolico. Uomo del popolo, volto autentico e silenzioso, è diventato parte di una narrazione collettiva che ha toccato il cuore di milioni di spettatori nel mondo.
In quel volto, intravisto tra i deportati, c’è un pezzo di storia del cinema mondiale che, quasi per destino, attraversa anche le strade silenziose e le montagne di un piccolo paese molisano, Sant’Angelo del Pesco. Un orgoglio discreto, ma tenace, che unisce la grandezza del racconto universale alla forza delle proprie radici.