Mi piace la piazza in queste sere di fine estate.
Mi piace tornarci quando il rumore dei giorni caotici e vivaci si è ormai allontanato e il mio paesello, poco alla volta, ricomincia ad assomigliare a se stesso. Cammino senza fretta e mi guardo intorno. C’è qualcosa di diverso nell’aria, qualcosa che non saprei spiegare fino in fondo. Forse è soltanto il silenzio che ritorna. O forse è quella sottile malinconia che accompagna tutte le cose belle quando stanno per finire.
Il bar conserva ancora qualche traccia della festa. Gli ombrelloni sono ripiegati, le sedie più vuote, le voci più rade. La piazza, che fino a pochi giorni fa sembrava non voler dormire mai, adesso respira piano.
La sera scende lentamente sulle case. Tutto sembra diventare più raccolto, più intimo. Anche i rumori cambiano: un passo sul selciato, una voce che arriva da lontano, il saluto di qualcuno che passa, una porta che si chiude.
Mi fermo.
E penso che forse è proprio questa la magia del mio paesello: riuscire a trasformare il poco in qualcosa di prezioso.
Una passeggiata senza una meta precisa. Due parole scambiate su una panchina. Un incontro casuale che diventa una chiacchierata. Qualcuno che racconta, qualcuno che ascolta. Niente di straordinario. Eppure sono proprio questi piccoli frammenti di vita a custodire l’anima di un paese.
Qui il tempo sembra avere un’altra misura.
Non corre.
Non insegue.
Aspetta.
Aspetta chi si ferma a parlare, chi torna dopo tanto tempo, chi è rimasto tutto l’anno e chi, invece, fra pochi giorni dovrà ripartire.
Il mio paesello, un paese che cambia volto. Le giornate sono ancora estive, il sole è ancora caldo, ma la piazza comincia a svuotarsi. Le partenze si susseguono quasi senza farsi notare e ogni macchina che scende lungo la strada porta via qualcuno, una voce, una presenza.
È allora che capisco che l’estate sta davvero finendo.
Non me lo dice il calendario.
Me lo dice la piazza.
Me lo dicono le sedie rimaste vuote, gli ombrelloni chiusi, le serate diventate improvvisamente più quiete. Me lo dice quella strana sensazione che si prova quando si sa che molti dei volti incontrati ogni giorno, domani, forse, non saranno più qui.
Eppure la piazza non è triste.
È semplicemente tornata a essere la piazza di un piccolo paese.
La guardo e penso a quanta vita sia passata di qui in pochi giorni: amici ritrovati, famiglie tornate nelle case dei genitori e dei nonni, bambini che hanno riempito le strade, persone che non si vedevano da un anno e che si sono salutate come se si fossero lasciate il giorno prima.
Adesso tutto lentamente si ricompone.
Una bicicletta arriva in piazza. Qualcuno viene ancora a raggiungere gli amici. Alcune macchine parcheggiate poco più in là: forse i loro proprietari resteranno ancora qualche giorno. Un’altra, invece, è pronta a partire.
Sono piccole scene, quasi insignificanti.
Ma io le guardo e dentro ci vedo tutta la fine dell’estate.
Chi arriva.
Chi resta.
Chi parte.
E il paese che rimane.
L’estate, però, non è ancora finita del tutto. C’è ancora un appuntamento che aspettiamo: la festa di San Michele, alla fine di settembre. Sarà forse l’ultimo grande abbraccio di questa estate santangiolese. Qualcuno tornerà apposta, qualcuno prolungherà la permanenza, altri non potranno esserci.
Poi verrà davvero l’autunno.
Per questa sera, però, non voglio pensarci.
Preferisco restare ancora un poco qui, nella piazza quasi deserta, sotto questa luce soffusa che rende tutto più bello e persino un po’ più antico.
Guardo le case, le finestre spente, le poche persone rimaste.
E penso che forse non servono grandi cose per sentirsi a casa.
A volte basta una piazza.
Una panchina.
Una voce conosciuta.
Una sera di fine estate.
E un piccolo paese che, dopo aver accolto tutti, torna lentamente al suo silenzio.
A chi parte, buon viaggio.
Agli amici vecchi e nuovi, arrivederci.
E a chi potrà tornare, dico soltanto: ci vediamo a San Michele.
Qui, nella stessa piazza.
Nel nostro piccolo angolo di mondo.