È bello tornare.
Non resistiamo alla voglia di rivedere i luoghi che abbiamo conosciuto e, quando qualcuno comincia a raccontare, non resistiamo alla voglia di fermarci ad ascoltare.
Siamo “Boomers”, la generazione nata negli anni del dopoguerra, quando le nascite aumentarono e il paese tornò lentamente a riempirsi di bambini, di famiglie, di voci.
Siamo cresciuti negli anni della ricostruzione e dei grandi cambiamenti. Abbiamo visto arrivare il benessere poco alla volta, quasi senza accorgercene. Prima le strade, poi le automobili, la televisione nelle case, gli elettrodomestici, il telefono. Abbiamo conosciuto un paese che cambiava insieme a noi, mentre il mondo diventava più veloce e sembrava aprirci davanti possibilità che i nostri genitori non avevano avuto.
Oggi ci chiamano “Boomers“, qualche volta con affetto, qualche volta per scherzo e qualche volta con una punta di ironia. Sui social è diventato persino un modo per indicare chi viene considerato troppo legato al passato, alle vecchie abitudini, a un modo di pensare che sembra appartenere a un altro tempo.
E forse, in parte, è vero.
Siamo cresciuti dando valore al lavoro, al risparmio, alla casa costruita con sacrificio, alla famiglia, alla sicurezza conquistata un poco alla volta. Siamo quelli che conservano le fotografie, che ricordano i soprannomi, che riconoscono ancora una casa da una vecchia finestra o una strada da un muro di pietra. Quelli che, quando tornano, cercano con gli occhi qualcosa che non c’è più.
Forse siamo davvero legati a idee e abitudini di un’altra generazione. Ma soprattutto siamo ancora legati al nostro paese.
A questo paese diventato vecchio insieme a noi, più vuoto e più silenzioso, che purtroppo oggi ha poco da offrire a chi vorrebbe costruirvi il proprio futuro, ma che continua ad avere moltissimo da restituire a chi vi cerca il proprio passato.
Per questo torniamo.
Torniamo per rivedere una strada, una casa, una piazza. Torniamo per incontrare qualcuno. Torniamo per ascoltare una storia che magari conosciamo già, ma che ogni volta ci piace sentire raccontare ancora.
Perché essere “Boomers“, per noi, forse significa anche questo: avere attraversato un mondo che non esiste più e continuare, nonostante tutto, a sentirlo ancora nostro.
Agosto, torniamo.
È tempo di rivedere, di ascoltare, di riscoprire. Di rivisitare luoghi, riproporre incontri, ripetere gesti e racconti che conosciamo quasi a memoria.
Il ritorno, a quanto pare, è tornato di moda.
Ci sono anche ragioni molto pratiche. I luoghi nuovi, lontani, quelli che una volta rappresentavano il viaggio e la scoperta, sono diventati spesso troppo costosi e non più alla portata di tutti. Tornare, invece, in un posto vicino e familiare è più semplice. Costa meno e, almeno in apparenza, ci rassicura di più.
Ma tornare è sempre un’operazione delicata.
Perché i luoghi sono cambiati. E siamo cambiati anche noi.
Ogni volta arriviamo cercando qualcosa che ricordiamo e troviamo qualcosa che non riconosciamo più. Ci guardiamo intorno e qualche volta ci accorgiamo di non avere più molto da dirci, in un paese che sembra non avere più molto da offrirci.
Eppure torniamo.
Non resistiamo alla voglia di rivederci, di sederci insieme, di raccontarci ancora una volta le stesse storie. Storie ascoltate decine di volte, che ormai sappiamo come cominciano e persino come finiscono. Eppure basta che qualcuno inizi a raccontare perché gli altri si fermino ad ascoltare.
Siamo genitori e molti di noi sono già nonni. Abbiamo sensazioni simili, ricordi comuni, forse anche nostalgie comuni. Ma, con il passare degli anni, sembra quasi che le parole diventino più povere proprio mentre i ricordi diventano più preziosi.
C’è poi una scena che appartiene a molte famiglie.
Un padre prende suo figlio, ormai trentenne, e lo porta nei luoghi della propria infanzia.
«Qui giocavamo.»
«Qui ci incontravamo.»
«Qui passavamo le giornate.»
«Qui è successo questo… qui abitava quello…»
Per noi quei luoghi erano speciali. Erano il nostro mondo. E anche se i nostri figli ci vogliono bene e ci ascoltano con pazienza, non possiamo pretendere che provino le nostre stesse emozioni.
Loro non c’erano.
Non hanno visto quello che abbiamo visto noi. Non hanno conosciuto quelle persone, quelle voci, quelle case piene, quelle strade attraversate ogni giorno. E certi racconti, per quanto appassionatamente possiamo raccontarli, non riescono a restituire ciò che abbiamo vissuto.
Per noi, invece, questo è il luogo dove siamo nati e dove abbiamo trascorso l’infanzia e l’adolescenza.
Quando eravamo ragazzi ci sembrava persino avventuroso. Immenso. Pieno di possibilità. Ogni strada poteva portarci da qualche parte, ogni angolo nascondeva qualcosa da scoprire e bastava poco per riempire una giornata.
Poi siamo partiti.
E quando sono arrivati i nostri figli abbiamo cominciato a portarli qui, fin da bambini. Quasi senza rendercene conto, abbiamo cercato di consegnare loro una parte della nostra storia, mostrando una casa, indicando una strada, raccontando una persona che non avrebbero mai conosciuto.
Forse speravamo che, frequentando questi luoghi, un giorno potessero sentirli anche un po’ loro.
Ma i ricordi non si possono ereditare.
Si possono soltanto raccontare.
Ed è forse anche per questo che, ogni agosto, torniamo.
Siamo seduti davanti al bar, con un aperitivo in mano, nello stesso posto che occupavamo già mezzo secolo fa.
Allora eravamo ragazzi. Ci sedevamo qui per raccontarci storie infinite, ridere, prenderci in giro. Oggi siamo ancora qui e, a pensarci bene, continuiamo a raccontarci più o meno le stesse cose: ricordi d’infanzia, persone che non ci sono più, episodi lontani e tante battute, sempre uguali, che continuano inspiegabilmente a farci ridere.
Poco distante da noi c’è un gruppo di giovani.
Anche loro ritornano ogni anno, ma i loro racconti sono diversi dai nostri. Sono usciti per qualche giorno dal loro mondo, più grande, più veloce, più dinamico, più caotico. Un mondo che qualche volta sono contenti di lasciare, ma nel quale, dopo pochi giorni, non vedono l’ora di rientrare.
Sono seduti tutti insieme a un tavolo davanti al bar. Parlano, ridono, guardano la piazza e osservano le sue piccole abitudini.
Noi quella piazza la guardiamo e ricordiamo.
Loro la guardano e basta.
Non hanno le nostre storie da raccontare, non hanno gli stessi ricordi da condividere. Non possono averli. Sono qui perché i loro padri e le loro madri li portavano quando erano bambini e, in qualche modo, anche loro hanno imparato ad affezionarsi a questo posto.
Anche per loro è bello tornare.
Ma è un ritorno diverso dal nostro.
Noi torniamo cercando quello che è stato. Loro tornano per ritrovare un luogo familiare, per trascorrere qualche giorno fuori dalla vita di tutti i giorni, sapendo però che presto ripartiranno e torneranno nel loro mondo.
Li guardiamo e ci accorgiamo che appartengono a generazioni diverse dalla nostra.
Ci sono quelli della Generazione X, cresciuti a cavallo tra il mondo analogico e quello digitale. Ci sono i Millennials, diventati adulti intorno al nuovo millennio, e poi ci sono i più giovani, quelli della Generazione Z, nati quando il mondo digitale era ormai parte della vita quotidiana.
Sono generazioni che, in modi diversi, hanno attraversato una trasformazione enorme: dal telefono fisso al cellulare, dalle enciclopedie sugli scaffali a Google, dalle fotografie su pellicola a quelle digitali, dalle lettere agli SMS e poi ai social network.
Noi ricordiamo un mondo in cui per parlare con qualcuno bisognava cercarlo, incontrarlo, aspettarlo.
Loro sono cresciuti in un mondo nel quale basta uno schermo per essere ovunque.
Eppure, ogni agosto, eccoci tutti qui.
Noi con i nostri ricordi, loro con i loro telefoni.
Noi a raccontare ciò che questo paese è stato, loro a osservare ciò che ne è rimasto.
Forse non sentiamo questo luogo nello stesso modo e forse non potremo mai raccontarcelo con le stesse parole.
Ma per qualche giorno condividiamo la stessa piazza, gli stessi tavoli, lo stesso aperitivo e lo stesso piccolo rito del ritorno.
Poi loro ripartiranno verso il loro mondo. Noi resteremo ancora un po’ seduti qui, a raccontarci, per l’ennesima volta, le nostre vecchie storie.
C’è però una cosa che non dobbiamo dimenticare: queste definizioni non sono nate nel nostro paesello.
Generazione X, Millennials, Generazione Z sono etichette nate altrove, per raccontare società e modi di vivere che non sempre assomigliano ai nostri. Applicarle rigidamente a Sant’Angelo sarebbe quindi un po’ fuorviante.
Noi, nati negli anni Cinquanta, siamo tecnicamente dei “Boomers“. Ma essere Boomer qui non è stato esattamente come esserlo negli Stati Uniti o in una grande città europea.
Noi siamo nati nel dopoguerra, in un paese che cercava lentamente di rialzarsi. Abbiamo conosciuto il mondo contadino, le famiglie numerose, le case dove vivevano insieme più generazioni, il lavoro iniziato presto, l’emigrazione che portava via parenti, amici e intere famiglie.
Abbiamo visto partire le persone con una valigia in mano e aspettato le loro lettere. Abbiamo visto arrivare le prime automobili, la televisione, il telefono, gli elettrodomestici. Abbiamo assistito al boom economico italiano da un piccolo paese di montagna, dove ogni conquista arrivava un po’ più tardi e sembrava, proprio per questo, ancora più importante.
Eravamo “Boomers“ anche noi, dunque.
Ma “Boomers“ di un altro mondo.
Un mondo piccolo, fatto di poche strade e di molti incontri, dove tutti conoscevano tutti e dove la vita degli altri finiva inevitabilmente per intrecciarsi con la nostra.
Poi siamo partiti anche noi.
E quando sono arrivati i nostri figli abbiamo fatto una cosa quasi naturale: abbiamo cominciato a riportarli qui. Prima bambini, poi ragazzi, infine adulti.
Abbiamo mostrato loro i nostri luoghi, raccontato le nostre storie, indicato case, strade e persone. In qualche modo abbiamo cercato di trasmettere loro un’appartenenza che, però, non poteva essere identica alla nostra.
E oggi, quando li vediamo tornare ad agosto e sedersi agli stessi tavoli davanti al bar, ci accorgiamo che qualcosa è rimasto.
Ma ci chiediamo anche quanto durerà.
Forse, quando saranno loro a diventare genitori, non ripeteranno con i propri figli quello che noi abbiamo fatto con loro. Forse non sentiranno più il bisogno di riportarli qui ogni estate, di mostrare una casa che non hanno abitato, una strada che non hanno percorso, un paese che conoscono soprattutto attraverso i racconti dei loro genitori.
Perché ogni generazione che passa aggiunge un po’ di distanza.
Noi tornavamo nel paese della nostra infanzia. I nostri figli tornano nel paese dell’infanzia dei loro genitori. I loro figli, forse, dovrebbero tornare nel paese dei loro nonni.
E allora il filo diventa sempre più sottile.
Forse non si spezzerà. Forse troverà semplicemente un altro modo per continuare.
Ma questo, ormai, non saremo noi a deciderlo.