Il paese era avvolto in un silenzio ovattato, rotto solo dal fruscio leggero della neve che scendeva lenta, quasi danzando nell’aria. Il cielo, fermo sopra i tetti, sembrava trattenere il fiato, mentre la notte si stendeva in un’assenza di suoni che sapeva di sospensione e di attesa. Le strade, coperte da un manto bianco immacolato, attendevano il primo passo che rompesse quella perfezione, trasformandole in racconto. Era una di quelle notti rare in cui il tempo si dilata e tutto appare sospeso, quasi irreale, come se il mondo si fosse fermato a guardarsi intorno.

SANT’ANGELO DEL PESCO – vivisantangelo
Nella piazza deserta, la neve si accumulava senza fretta, coprendo le panchine, le soglie delle case, il marciapiede davanti al bar chiuso. Una figura avanzava piano, le mani sprofondate nelle tasche del giaccone, il cappuccio tirato su a coprirsi dal freddo gelido della notte. Il suo viso era nascosto dall’ombra. Il suo passo non lasciava esitazioni, ma nemmeno certezze. Un viaggiatore di passaggio? Qualcuno del posto? O forse un ritorno, dopo anni lontano, a cercare un pezzo di sé rimasto intrappolato tra le strade di un tempo che non esiste più.
Il vento gelido insinuava brividi sotto i vestiti, ma non sembrava distogliere la figura dal suo cammino. Si fermò per un istante, proprio di fronte al bar. Osservò la vetrina spenta della porta con il riflesso sbiadito dei lampioni lontani. Chissà cosa cercava. Un volto, un ricordo, una risposta mai ricevuta. Oppure niente di tutto questo, solo il bisogno di fermarsi un attimo e ascoltare il suono del silenzio.

SANT’ANGELO DEL PESCO – vivisantangelo
La figura misteriosa riprese a camminare, senza fretta, lasciandosi dietro orme leggere destinate a sparire sotto nuovi fiocchi di neve. Il paese dormiva, ignaro della sua presenza, avvolto nel torpore delle notti d’inverno, quando le vite si sfiorano senza toccarsi davvero. In quel momento, tutto sembrava uguale a sempre: le finestre chiuse, le strade vuote, il senso di qualcosa che manca e che nessuno riesce a nominare.
In questa notte d’inverno, la piazza era fatta di solitudini. Solitudini diverse, ognuna chiusa in se stessa, sorda alle altre. Eppure, quelle due solitudini erano accomunate dallo stesso senso di isolamento, da quell’impalpabile nostalgia che si insinua tra le case, nelle stanze illuminate da una luce fioca e nei passi ovattati sulla neve. Un paese in cui il tempo scorre lento, dove si resta, si parte e si ritorna senza sapere mai davvero perché. Un luogo dove le vite si sfiorano, ma raramente si intrecciano. E dove, in una notte d’inverno, una figura può passare inosservata, lasciando dietro di sé solo un’ombra e il dubbio di un incontro mai avvenuto.
E così, sotto la danza leggera dei fiocchi, nel gelo del vento notturno, in una piazza silenziosa e deserta, parte della nostra quotidianità, resta un ricordo indelebile: un incontro con qualcuno, senza mai sapere chi fosse davvero.